Rigopiano, una storia italiana

La battaglia senza cedimenti dei familiari delle 29 vittime per ottenere giustizia

Hotel Rigopiano: è stata la seconda parola più ricercata su Google nel 2017, dopo Nadia Toffa.

Era il 18 gennaio di quell’anno, era un mercoledì, erano le 16:49: una valanga si staccò dalla cima del monte Siella, sul Gran Sasso d’Abruzzo, travolse il resort e uccise 29 persone, lavoratori dell’hotel e turisti; si salvarono in 11.

Quella strage suscitò una grandissima ondata emotiva. I familiari delle vittime sono riusciti a tenere sempre viva l’attenzione sul disastro.

Eppure.

In tutti questi anni, nei vari gradi di giudizio, da Pescara all’Aquila, da Roma a Perugia, quando sono stata presente non ho mai visto una gran folla ai processi. Intendo dire folla mediatica. L’osservazione vale soprattutto per gli ultimi anni. Perché l’informazione funziona così, segue l’onda del momento. Per questo rischiamo di non aiutare davvero le persone a capire fino in fondo i fatti.

Capire è molto diverso da sapere. Il dizionario Treccani ci ha regalato un neologismo, infodemia, “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”.

Raramente si arriva con la stessa attenzione in fondo a un evento. Raramente si mantiene nel corso degli anni l’attenzione che serve per capire. Scrivo nel corso degli anni non a caso. Perché la giustizia in Italia si misura così, con questo metro temporale.

Alla fine Rigopiano è una storia italiana.

Per la strage si prospetta una Cassazione bis. L’11 maggio la Corte d’appello di Perugia ha accolto la richiesta di proroga di tre mesi per il deposito delle motivazioni avanzata dai giudici.

L’11 febbraio sono stati condannati tre dirigenti regionali (la pena complessivamente è di sei anni), altri 5 imputati sono stati assolti, per due è scattata la prescrizione.

Ed è probabile dunque che il responso della giustizia possa arrivare nel decennale del disastro per i familiari dei 29 angeli.

Sto pensando a come li ho visti cambiare in aula, nel corso degli anni. Ricordo la rabbia e i pianti dopo la sentenza di primo grado, il 23 febbraio 2023 a Pescara. Un dolore diverso, alla lettura della sentenza di secondo grado, il 14 febbraio 2024. C’era come il segno di una rassegnazione che faceva anche più rumore delle urla.

Poi la nuova speranza per la Cassazione, che si è espressa a dicembre 2024.

Ieri Paola Ferretti, mamma di Emanuele Bonifazi, che aveva 31 anni e lavorava come receptionist nell’hotel, ha scritto poche parole che sono come un pugno nello stomaco: si sopravvive al dolore per morire di giustizia. Questo è il sentimento nel cuore dei familiari.

Perché come mi ha detto un giorno l’avvocato Romolo Reboa, che assiste anche la famiglia Martella, dopo 9 anni (o addirittura 10) non si può parlare di giustizia.

Naturalmente si è aperto il capitolo dei risarcimenti. Ma quella è un’altra storia.

La giustizia dopo così tanti anni ha un sapore amaro. Vale per le vittime ma anche per chi dovesse risultare innocente.

I processi devono essere più snelli. Gli atti di Rigopiano occupano stanze intere. Decine di migliaia di fogli. Troppi. Quelli importanti sono sempre pochi, pochissimi.

L’ho scritto rispondendo ad Alessio, il papà di Stefano Feniello, morto a Rigopiano a 28 anni. Per arrivare a processi più rapidi bisognerebbe anche scrivere meno. La riforma Cartabia nel civile prevede addirittura un limite di caratteri. Sarebbe civile che anche nel penale si arrivasse a questo. Il principio di sinteticità è un principio di civiltà.

Mi ha molto colpito, sfogliando il mio archivio personale, risentire oggi le parole del procuratore capo di Pescara, Giuseppe Bellelli, pm al processo, e della sostituta Anna Benigni. Ho registrato questa videointervista davanti al tribunale di Pescara, la sentenza di primo grado doveva ancora arrivare. Una riflessione su giustizia e umanità che merita di essere riascoltata.

Trovate nel corpo dell’articolo le foto che ho scattato nei vari gradi di giudizio e un video che non posso dimenticare, lo sfogo di Alessio Feniello dopo la lettura della sentenza di primo grado.