Baritono, ha computo 84 anni, da 60 si esibisce sui palcoscenici di tutto il mondo. “Non possiamo pensare che la carriera si faccia solamente perché sei sui social o in vetrina. Non possiamo credere che la cosa importante siano gli acuti fine a se stessi. La finalità non può essere quella, a mio modo di vedere. Deve essere la consapevolezza di quello che si fa”
Mito della lirica, maestro del repertorio verdiano, punto di riferimento assoluto per la longevità vocale e l’intensità drammatica, Rigoletto più grande al mondo.
Sono soltanto alcune delle definizioni usate dai critici per il baritono Leo Nucci, 84 anni compiuti il 16 aprile, 60 anni sui palchi di tutto il mondo. Lo abbiamo raggiunto al telefono nella sua casa di Lodi, la città della moglie Adriana Anelli, soprano.
Eppure aveva detto: non canterò più.
“Mai cantato tanto, da allora. Si sa che noi artisti siamo bugiardi”.
Ha appena concluso una masterclass nel suo paese, Castiglione dei Pepoli, sull’Appennino bolognese.
“Per egoismo, per amore di Castion. Trent’anni fa avevamo organizzato Sipario, aveva avuto un richiamo importante. Tre anni fa ho inaugurato il Teatro, l’anno scorso ho tenuto un concerto”.
Poi è nata quest’idea.
“Mi piace stare con i giovani, faccio masterclass in tutta Italia. Un modo per risvegliare interesse all’arte. E anche per mantenere un legame con il mio paese, ricordare il passato. Sono molto legato alle mie radici. Alla fine dell’ultima serata si è presentata sotto il palco una signora. Mi ha detto, “sono americana, oggi vivo sull’Appennino. La ringrazio perché lei stasera ha fatto una cosa che anche altri dovrebbero fare”. Perché nel gruppo di artisti c’erano un ragazzo russo, un bulgaro, un giovane persiano”.

Un messaggio di pace. Intanto in Cina la reclamano, vorrebbero che si stabilisse là.
“Con Adriana ci siamo stati anche un mese e mezzo fa. E ho sempre nel cuore un viaggio con tappa sulla Grande Muraglia. La nostra guida si chiamava Susanna, una ventenne cinese. Adriana le ha chiesto, perché ha scelto l’italiano? E lei: perché avete la Galleria degli Uffizi e il Rinascimento. A volte non siamo consapevoli di quanta bellezza esprima il nostro Paese”.
Lei è stato fedele per tutta la vita alla bellezza e all’arte.
“Ho fatto l’università dello sbadilografo ma ho letto e leggo tanto, ho studiato. L’altra sera a Castiglione ho detto: abbiamo eseguito un brano da I puritani di Bellini. Sappiate che il libretto è stato scritto dal conte Carlo Pepoli, uno dei rivoluzionari più importanti, rappresentante illustre della casata che ha dato il nome al nostro paese. A Castiglione ho vissuto e ho ancora la casa in via Gioacchino Pepoli. E mia mamma quando sono nato andò a partorire alla Canale, quella via è intitolata a padre Stanislao Mattei, il maestro di contrappunto al conservatorio di Bologna di un certo Gioacchino Rossini”.
Insomma tante perle nascoste, da scoprire. Prossimo progetto?
“Sarebbe bello fare una piccola stagione sinfonica a Castiglione. Una masterclass finalizzata a uno spettacolo finale, durante l’anno si potrebbe organizzare qualche concerto con questo gruppo di ragazzi che si sono appena esibiti. Nelle bischerate che sto scrivendo dico anche, non c’è fine, non c’è ieri e neanche domani, ammirando il bello esiste solo quel momento che non ha tempo”.
Un grande antidoto contro violenza e maleducazione che oggi sembrano imperanti.
“Sì, di maleducazione ce n’è davvero tanta. E la violenza è assolutamente gratuita. Il comportamento dipende prima di tutto da come si viene educati in famiglia”.
Che valori vorrebbe trasmettere ai giovani talenti della lirica?
“Per tutta la vita ho cercato di capire quello che facevo, ho cercato di farmi delle domande, di trasmettere quello che gli autori volevano. E questo provo a passare a un giovane. Non possiamo credere che la carriera si faccia solamente perché sei sui social o in vetrina. Non possiamo pensare che la cosa importante siano gli acuti in sé. La finalità non può essere quella, a mio modo di vedere. Deve essere piuttosto la consapevolezza di quello che si fa”.

Tornando alle sue radici.
“Mio babbo Luigi, lo chiamavano Gigione, fabbro. Ha dovuto smettere di lavorare per fare il minatore nella grande galleria della Direttissima, scrivo di quando gli diede la medaglia il presidente Pertini. Mia mamma Emma, tutti la conoscevano come Lalla”.
In un mondo sempre più avido, lei è noto anche per la sua generosità, per le esibizioni senza cachet.
“Andai a fare un concerto all’associazione dei bambini di Marcinelle, c’erano migliaia di persone. Il presidente prese la parola e si rivolse al pubblico dicendo che ero l’unico artista che era andato gratuitamente, senza neanche farsi pagare il biglietto dell’aereo. Uno può credere o non credere. Quel Libro su quel Signore che hanno messo in croce dice una cosa chiara: o sei figlio della mammona o sei figlio di Dio. La mammona nel mondo purtroppo oggi comanda tutto”.
La fede e le grazie ottenute a Boccadirio.
“L’anno scorso ho subito un intervento delicatissimo. Oggi sono qui con tante energie che mi sento un ragazzino. Nel 1970, prima di fare l’audizione alla Scala di Milano che mi ha cambiato la vita, sono andato al santuario. Non per chiedere, per pregare. Ed è successo anche per l’intervento al cuore, l’8 dicembre del ‘98”.
La sua longevità artistica è disarmante. Domanda banale: come se lo spiega?
Ride: “Avrò un baco nel cervello… Quando parte l’adrenalina non mi ferma nessuno. L’adrenalina mi parte quando mi viene la voglia di fare qualcosa, quando sento la musica, leggo un libro. Facciamo del mondo un Pantheon, via i pregiudizi, via l’odio”.
L’opera lirica che ama di più?
“Quella che canto. E potrei citare la Traviata perché mia madre ha fatto la fine di Violetta, è morta di Tbc”.
Cosa significa avere accanto Adriana?
“Veramente tantissimo, io ho fatto una vita che avrebbe potuto aprire la porta a tante cose. Non sono un santo. Ma la solidità umana e morale di questa donna che ho avuto al fianco mi ha sempre guidato”.
Qual è il suo prossimo obiettivo?
“Mi sono messo a studiare violoncello 10 anni fa. Ora che arriva il maestro: cercare di suonare bene”. Applausi.
(Le fotografie di questa intervista sono state gentilmente concesse dal baritono Leo Nucci)

