
Da sinistra Angela Spezialetti e Mariangela Di Giorgio, che a Rigopiano hanno perso le figlie Cecilia e Ilaria
La sentenza di Rigopiano slitta al 2026, un altro inizio d’anno. Il nono, dalla strage del 18 gennaio 2017 che ha provocato 29 morti. In questo blog, che è uno spazio di riflessione personale, desidero condividere un pensiero che mi ha accompagnato nel viaggio di ritorno da Perugia, dopo l’ultima udienza.
E’ stata una seduta piuttosto celere, erano iscritti a parlare soltanto i due difensori di Emilio Primavera, all’epoca era direttore del dipartimento Protezione civile della Regione Abruzzo. Ho ascoltato con attenzione le arringhe del professor Vittorio Manes e dell’avvocato Augusto La Morgia, che si sono concluse con la richiesta di assoluzione. Non poteva essere diversamente, chiaro. Ho chiesto se potevo fare domande, la risposta (cortese) è stata che i processi si devono celebrare nelle aule di giustizia.
Sono stati interventi dai toni pacati, nessuna espressione muscolare che mi è capitato invece di ascoltare in aula altre volte, dal primo grado di giudizio alla Cassazione.
Eppure.
Sono ormai passati nove anni dalla strage ma la parola, il concetto, il leit motiv continuamente ripetuto in aula, come se tutti questi anni fossero stati semplicemente un mettere in fila i giorni, è sempre lo stesso: non era lui che doveva fare… sollecitare… chiedere. Al bar si direbbe un po’ bruscamente: un infinito rimpallo.
Il concetto non è riferito in particolare a nessun imputato, è riferito un po’ a tutti. Ma allora cosa resta oggi di questa strage inaudita a forza di sottrarre? Se è impossibile definire le responsabilità perché nell’organizzazione le responsabilità non sono mai così chiare? E cosa resta se poi ci dobbiamo aggiungere la prescrizione, che in teoria ha già tolto di scena gli imputati di Comune e Provincia. Anche se c’è una prospettiva davvero importante, indicata dal sostituto procuratore di Perugia Paolo Barlucchi nella sua requisitoria: per l’omicidio colposo plurimo i termini potrebbero raddoppiare. Se questa ipotesi reggerà, potrebbe avere ripercussioni anche su altri processi per strage.

Paolo Barlucchi, sostituto procuratore generale di Perugia
Pensavo a questo e allora ho capito perché quando l’avvocato, in chiusura, ha sentito il dovere di esprimere “solidarietà e umana comprensione per le vittime e le famiglie”, si sono levati brusii dal fondo dell’aula, incorniciata da splendidi affreschi, quello è il posto dei familiari che indossano le magliette e hanno sempre portato in tribunale, da una parte all’altra d’Italia, i volti di chi non c’è più. Non è giusto pensare che le famiglie vogliano una giustizia sommaria, che si accontentino di un capro espiatorio. Non è vero. Ma da nove anni sentono ripetere da tutti, “lui non c’entra”. E naturalmente se qualcuno non c’entra non deve pagare per tutti. Perché sicuramente chi è innocente vive in un tritacarne.
Eppure.

Da sinistra, Augusto La Morgia e Vittorio Manes, difensori di Emilio Primavera
Eppure lo comprendo quel brusio, quel sommovimento del cuore, anche di fronte a parole impeccabili. C’è la necessità di capire: perché? Perché c’è stata la strage di Rigopiano, con quel bilancio inaudito di 29 morti? E’ colpa del sistema, della ‘miopia amministrativa’? Ma il sistema chi è, da chi è fatto? Allora certe parole educate che non offendono, che anzi vogliono esprimere partecipazione, è inevitabile che possano essere accolte così, con un rifiuto.
Perché dopo nove anni e il giro dei tribunali di tutta Italia la risposta a quella domanda non c’è.
Perché è successo?

L’avvocato di parte civile Romolo Reboa
Dalla risposta a questa domanda passa la credibilità delle istituzioni. Come quelle che immaginava Piero Calamandrei quando ammoniva: perché le leggi non siano formule vuote, devono scaturire dalla coscienza dei cittadini, devono essere sentite come nostre. Ho rubato la citazione al procuratore capo di Pescara, Giuseppe Bellelli. Era il febbraio 2023, era il primo grado di giudizio, il pm aveva chiesto 151 anni di carcere per 30 imputati, 29 persone fisiche e una società.
Vale la pena di ricordare, ogni tanto.
